Il testo è lungo ma vi garantisco molto interessante. Mister De Stephanis dall’alto della sua esperienza e della conoscenza acquisita negli anni, ha il coraggio di elenzcare le situazioni delicate che oggi vive il calcio:
“Il nostro calcio continua ad arrancare.
Schiacciato sotto il peso di una filosofia spesso proclamata ma raramente tradotta in azioni concrete.
Le parole non mancano. Le idee dichiarate nemmeno.
Quello che troppo spesso manca è la capacità di trasformarle in scelte, responsabilità e cambiamento reale.
Nel frattempo trovano spazio personalismi, equilibri da difendere e una diffusa difficoltà ad assumersi responsabilità. E quando le responsabilità si dissolvono, inevitabilmente si dissolvono anche i responsabili.
Eppure l’ultima parola sul destino del nostro calcio appartiene ai presidenti delle società, ai loro dirigenti e, inevitabilmente, ai vertici della Federazione.
Il sistema gestionale del calcio dilettantistico appare però troppo spesso arroccato nella difesa delle proprie “posizioni e postazioni”.
Si difende ciò che esiste, si percorrono sempre le stesse strade e si rinvia continuamente l’apertura a un rinnovamento vero. Nel frattempo i risultati, in molti casi, continuano a non arrivare.
Troppi addetti ai lavori continuano a nascondersi dietro ciò che sono stati, utilizzando quella storia come una rendita da conservare. In questo modo si mantengono ruoli e posizionamenti, arrogandosi il diritto di essere gli unici detentori di competenze e conoscenze.
E mentre questo accade, alternative competenti e motivate restano ai margini. Non ascoltate, non coinvolte, spesso costrette ad allontanarsi.
Queste dinamiche alimentano una presunzione che troppo spesso si traveste da umiltà.
Ma la domanda resta inevitabile: quali risultati concreti hanno prodotto?
Nel frattempo il calcio perde una delle sue risorse più preziose: la capacità di mettersi in discussione, di cambiare, di produrre idee e di sperimentare con una direzione chiara.

Parliamo delle scuole calcio: la passione non basta

È giusto, anzi doveroso, ringraziare chi dedica tempo ed energie ai più piccoli.
Senza volontariato e passione, molte realtà semplicemente non esisterebbero.
Ma la verità va detta con chiarezza: la buona volontà, da sola, non basta.
Allenare e formare bambini e ragazzi cercando di ricreare anche quell sentimento di appartenenza , richiede competenze tecniche, conoscenze motorie, capacità communicative, competenze pedagogiche.
Non è più accettabile affidare la crescita dei giovani all’improvvisazione.
Le società e la Federazione dovrebbero avere il coraggio di mettersi realmente in discussione, individuando nuovi responsabili e costruendo percorsi strutturati di affiancamento e formazione continua.
Anche le Delegazioni Provinciali potrebbero tornare a svolgere un ruolo centrale e concreto: presenza sul territorio, supporto reale alle società e capacità di monitorare chi lavora ogni giorno con i ragazzi.
Perché la qualità non si misura solo con numeri, tabelle e fogli di carta.

Parliamo dei settori giovanili: oltre il mito della Serie A

Un altro nodo fondamentale riguarda le aspettative costruite attorno ai giovani calciatori e la mancanza di nuove prospettive credibili.
Troppi ragazzi crescono con un’idea semplice quanto pericolosa: il calcio ha valore solo se porta al professionismo.
Certo, quella deve rimanere la massima aspirazione.
Ma quando quel traguardo svanisce, troppo spesso svaniscono anche la motivazione, la continuità e la professionalità intesa come impegno serio in ciò che si fa.
Questa è una visione profondamente distorta.
La vera struttura del calcio italiano è fatta di categorie come Eccellenza, Promozione e Prima Categoria.
Realtà che rappresentano il cuore del movimento calcistico e che devono tornare a essere valorizzate, mettendo a loro disposizione qualità, competenze e prospettive.
L’unico modo per farlo è investire davvero sui più piccoli e sui giovani calciatori.
Allo stesso modo è necessario smettere di utilizzare le etichette “over” e “under” come semplici soluzioni di comodo o come categorie di parcheggio.
Forse è arrivato il momento di una riflessione seria su categorie come l’Under 21, che potrebbero diventare un vero ponte tra il settore giovanile e le prime squadre.
Un passaggio graduale che permetta ai ragazzi di non essere parcheggiati in categorie precoci per loro e di avere lo stimolo e minutaggio di gioco maturando con i tempi giusti, affiancati da compagni più giovani e meno giovani, all’interno di staff preparati e scelti attraverso criteri chiari e meritocratici.

…E poi c’è la Seconda e la Terza Categoria
Una dimensione dove continua a vivere il profumo autentico dello spogliatoio e della partita. Un calcio fatto di passione vera.
Magari con un impegno settimanale minore, ma con lo stesso amore per questo sport che lo rende ancora oggi il più seguito e il più sentito.
Formazione: non solo patentini
Un’altra riflessione riguarda la formazione.
La formazione dovrebbe essere continua, concreta e multidisciplinare.
Non basta un patentino conseguito anni fa, né aggiornamenti obbligatori accompagnati da costi discutibili in relazione allo strumento offerto. Servono opportunità formative riconosciute, costanti e trasversali, che coinvolgano tutte le aree del calcio: tecnica, tattica, fisica, psicopedagogica e gestionale. In questo contesto anche le Delegazioni potrebbero diventare veri centri di crescita territoriale, non solo per gli allenatori ma anche per dirigenti e responsabili delle società.
Un invito ai vertici
Presidenti delle società e responsabili federali: Non cercate chi vi garantisce semplicemente un posizionamento. Cercate l’Uomo. Perché le strade percorse fino ad oggi
ci hanno portato esattamente dove siamo ora”.
SDS