Non è sicuramente facile ne tanto meno conveniente parlare di settori giovanili nello sport in generale e in particolare nel calcio, sport di massa.

Perché il tema è scivoloso e allo stesso tempo pericoloso?

Perché, come scrivono e affermano in tanti, il Calcio non è più uno Sport, ma un business.

Ecco allora che mi appresto a pubblicare una mail (una delle tante) che è arrivata in redazione ed è firmata da un padre e da una madre che hanno speso tanto tempo e tanto denaro per far emergere il “proprio campione” sperando di vedere realizzato il loro sogno e non quello del proprio figlio:

“Gentile direttore, ho notato che la sua redazione non da risalto ad alcuni avvenimenti che recentemente sono stati riportati dalla maggiori testate della nostra regione dove, molte autorità civili, militari e religiose, hanno parlato di centri di sport, aggregazione e formazione e di una speranza di non far entrare i giovani (giovanissimi) ragazzi nel mondo delle dipendenze.

Ho sentito dire che le scuole calcio sono e saranno la panacea, rimedio universale, capace di risolvere ogni problema. I Settori giovanili hanno come primo obiettivo quello di avere un team qualificato di allenatori, tecnici, preparatori e fisioterapisti, grandi strutture pronte ad accoglierli e tanto altro.

Lei direttore è un tipo strano e quando con mia moglie le abbiamo mandato la foto di mio figlio, il suo curriculum e tutte le sue qualità, da quale scuola calcio qualificata veniva e chi era il suo procuratore, ci ha riposto che non si sarebbe reso complice della fine calcistica di nostro figlio.

Non aggiungo le altre cose che ci ha scritto, perché quel giorno l’ho maledetto e, come si ricorderà, le ho anche risposto che sembrava un maestrino presuntuoso e arrogante.

Oggi, dopo cinque anni, le scrivo per chiederle scusa e per testimoniare che aveva ragione lei!

Nostro figlio ha smesso di giocare al calcio il giorno dopo che non era più un fuoriquota e che non “serviva” più al “sistema”.

Abbiamo pagato (nel vero senso della parola) la nostra ambizione e non quella di nostro figlio che chiedeva solo di divertirsi e lavorare seriamente insieme ai suoi amici, al suo tecnico che stima ancora e che lo seguiva per passione.

Un allenatore che spesso raccontava il disagio difronte a dirigenti che di calcio non sapevano nemmeno se la palla fosse tonda o quadrata.

Presidenti più preoccupati a vincere e mettersi in mostra (oltre ad alimentare altri giri che anche noi abbiamo contribuito a far crescere) senza interessarsi dell’organizzazione sportiva, spesso affidata a gente poco esperta e senza una preparazione adeguata ma motivata solo dal fatto che in squadra c’era anche il proprio figlio.

Direttore, potrei raccontarle tanti particolari che ho visto con i miei occhi e che tutti conoscono.

Ma purtroppo il Calcio non è più uno Sport, ma un business e noi genitori abbiamo sbagliato tutto.

Questa mail ha un’altra parte nella quale questi due genitori raccontano perché il proprio figlio ha smesso di giocare a calcio nonostante fosse un discreto attaccante.

Ma c’è un passaggio nella mail che mi ha colpito: “per assurdo era meglio che non fosse stato “dotato”, non saremo caduti in tante tentazioni personali e avremmo avuto un figlio che ora, con semplicità si sarebbe divertito in quel piccolo club dove ha iniziato a dare i primi calci. Da un anno non gioca più con nessuno e purtroppo è caduto in depressione e dipendenze”.

Come ho scritto a questi due genitori, capisco il disagio essendo anche io padre. Ma proprio per questo sono convinto che il calcio (come nella vita) non possa essere in mano a grandi investitori di Cripto valute e a presidenti ricchi (in alcuni casi super ricchi) che perdono di vista il valore fondamentale di un “PROGETTO” calato nella realtà dove i giovani vivono, hanno le loro amicizie e i propri affetti.

Il calore dei tifosi, che siano centomila in un grande stadio o centocinquanta in un piccolo impianto di provincia, genera la stessa emozione, la stessa adrenalina, la stessa passione per la maglia.
Il calcio giocato è questo: un gruppo di uomini o donne (vista la grande evoluzione del calcio femminile) che, settimana dopo settimana, condividono fatica e spirito di squadra. Momenti quotidiani vissuti nello spogliatoio, che diventa la “casa” di un club, con tanti volti diversi che scendono in campo per confrontarsi e superare gli ostacoli insieme.
Tutto il resto, purtroppo, è solo business.

Ecco cosa ci dicono dal web

https://www.facebook.com/share/p/1DAobou64V